Cloruro di vinile: lavori a rischio e conseguenze sulla salute

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Nella Costituzione italiana, l’articolo preposto alla “tutela della salute del lavoratore e della collettività” è il numero 32. In virtù dell’esistenza di quest’articolo ogni lavoratore deve poter operare in luoghi salubri e in totale sicurezza.
Tuttavia, è l’articolo 2087 del Codice Civile a spiegare al meglio l’importanza della “sicurezza sul lavoro”. Lo fa definendo con precisione che è compito del datore di lavoro tutelare l’integrità fisica e morale dei suoi dipendenti; detta tutela deve essere esercitata attraverso l’impiego dell’esperienza e delle tecniche necessarie. Da qui l’esigenza odierna di affrontare il discorso sul cloruro di vinile, i lavori a rischio ad esso connessi e le sue conseguenze sulla salute.

Lavori a rischio da esposizione a cloruro di vinile

Non è una novità che l’impiego improprio di sostanze tossiche o nocive possa creare danni gravi alla salute del lavoratore; il loro utilizzo può inoltre essere causa di morti e porsi all’origine di incidenti di rilievo.
Tra queste sostanze c’è anche il “cloruro di vinile“. Al riguardo è infatti possibile affermare che l’esposizione a questo composto chimico può determinare gravi danni alla salute; sono infatti note le correlazioni tra cloruro di vinile e cancro.
Per capire meglio l’emergenza legata a questo composto chimico è sufficiente fare un passo indietro e ripensare al caso di Porto Marghera, al suo disastro ambientale e alle morti per angiosarcoma del fegato causate proprio dall’esposizione alla sostanza tossica.
Era il 1983 quando Gabriele Bortolozzo, lavoratore “addetto alla pulizia delle autoclavi in cui veniva prodotto il cloruro di vinile monomero”, rilevando continue violazione di legge in fatto di inquinamento, presentava un esposto alla Procura di Mestre. Fu una puntata del programma televisivo “Report” datata 7 marzo 2002 a portare l’attenzione del grande pubblico sul petrolchimico di Porto Marghera relativamente al processo per “omicidio e inquinamento all’ambiente” .
Oggi, nel 2017, è più che ragionevole porsi una domanda: “che cosa è cambiato?”. La risposta? Nulla, perché ancora si continua a morire di cloruro di vinile; il tumore infatti si può manifestare anche dopo lunghi periodi – due/tre decenni – dall’esposizione alla sostanza nociva.
Proprio in virtù di ciò, nel corso degli anni hanno avuto luogo diverse controversie legali in tutto e per tutto analoghe a quelle tenutesi per l’amianto.
Ma facciamo un passo indietro: a che cosa serve il “cloruro di vinile”? Per chi ancora non lo sapesse la polimerizzazione di questo composto chimico trova impiego nella produzione del PVC. A rischiare maggiormente l’esposizione al cloruro di vinile sono quindi gli operai del petrolchimico.
Va da sé che il datore di lavoro dovrebbe “valutare i rischi” che gli agenti pericolosi comportano per i propri dipendenti. Questi necessitano, infatti, dell’applicazione di norme specifiche di sicurezza in grado di garantire un’adeguata protezione per la propria persona. Una protezione che si può ottenere abbassando in maniera importante i livelli di esposizione alla sostanza tossica.
Gli operai maggiormente a rischio sono quelli che si occupano direttamente della produzione del PVC, gli addetti alla pulizia dei macchinari e i lavoratori che devono ridurre in cenere i rifiuti di plastica.
In sintesi, dove di trova il cloruro di vinile è opera e responsabilità dell’uomo agire in modo tale da ridurre al minimo il pericolo connesso all’impiego della sostanza e ai suoi effetti sull’ambiente.

Usare maschere e respiratori per prevenire patologie polmonari

L’operaio ha il diritto di essere adeguatamente formato e informato. La formazione professionale è di fatto necessaria quando si opera con sostanze pericolose come il “cloruro di vinile”.
Per prevenire le patologie polmonari è quindi necessario che i lavoratori esposti utilizzino sempre dispositivi di protezione individuale delle vie respiratorie. Si tratta di maschere specifiche che hanno un fattore di protezione adeguato. Il loro impiego è disciplinato dall’articolo 387 del D.P.R. datato 27 aprile 1955 n. 547.
La difesa delle vie respiratorie da agenti chimici deve essere garantita da dispositivi isolanti e da appositi respiratori. In ogni caso bisogna sapere che la “tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori” dai rischi provenienti dall’esposizione agli agenti chimici e fisici durante l’attività lavorativa viene disciplinata dal “Decreto Legislativo n. 277 del 15 agosto del 1991”. Bisogna inoltre aggiungere che ogni “DPI, dispositivo di protezione delle vie respiratorie”, come già sottolineato dalla classificazione del “D.Lgs n. 475 del 1992”, è uno strumento di III categoria. Per il suo corretto utilizzo è pertanto sempre necessario svolgere un corso di formazione, disciplinato dal “Decreto Legge 81/2008, ex 626 del 1994”. Con lo scopo di appurare il rispetto della norma citata, i produttori, prima ancora di applicare la marcatura CE, dovranno mettere in pratica una serie di adempimenti. Questi ultimi variano a seconda della categoria in cui rientrano i DPI. Li esponiamo di seguito.
Per i dispositivi di sicurezza di prima categoria, come guanti di lattice, occhiali da sole, grembiuli da lavoro, sarà necessario: redigere la documentazione tecnica; corredare il prodotto di un’autocertificazione in cui venga dichiarata la conformità CE; dotare il prodotto di un libretto informativo; applicare sul prodotto la “Marcatura CE”.
Per quelli di seconda categoria, come maschere a filtro di protezione delle vie respiratorie e cuffie anti rumore, bisognerà: preparare una documentazione tecnica; ottenere l’“Attestato di Certificazione CE” rilasciato da parte di un organismo autorizzato; fornire il prodotto della “Dichiarazione di Conformità CE”; munire il prodotto della nota informativa; mettere sul prodotto la “Marcatura CE”.
Infine per i DPI di terza categoria, come gli apparecchi di protezione contro i gas, i dispositivi contro le aggressioni chimiche, quelli contro le cadute dall’alto e via discorrendo, sarà necessario: produrre una documentazione tecnica del prodotto; ottenere da un organismo autorizzato l’Attestato di Certificazione CE; sottoporre la produzione a un controllo di modo che ne venga assicurato lo standard; fornire una Dichiarazione di Conformità CE; dotare il prodotto del libretto informativo; mettere la Marcatura CE.